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Marketing · 4 min di lettura

Vendere all’estero: quando serve un sito in più lingue, e come farlo

Di Matteo Salvatori · 20 giugno 2026 · aggiornato il 5 ottobre 2026

Scritte di benvenuto in molte lingue su una parete di legno sopra un banco di accoglienza, in bianco e nero
Foto: Markus Kammermann su Unsplash

In breve. Un sito in un’altra lingua porta clienti solo se qualcuno vi cerca in quella lingua: chi esporta, chi lavora col turismo, chi ha clienti stranieri in Italia. Funziona se ogni versione ha pagine sue, con un indirizzo suo, collegate fra loro in modo che Google sappia quale mostrare a chi, e se i testi sono adattati, non solo tradotti. Meglio una lingua in più fatta bene che quattro lasciate a metà.

La prima domanda: chi vi cerca in quella lingua?

Prima di qualunque scelta tecnica, una domanda semplice: chi sono i clienti che parlano un’altra lingua, e come vi trovano oggi?

  • Se vendete fuori dall’Italia, o volete farlo, la risposta è chiara.
  • Se lavorate col turismo, una parte dei vostri clienti vi cerca in inglese, spesso dal telefono, spesso il giorno stesso.
  • Se il vostro lavoro è locale e i clienti stranieri sono rari, una lingua in più vi porterà poco e vi chiederà manutenzione.

Una traduzione che nessuno cerca non è un mercato nuovo: è un secondo sito da tenere aggiornato.

Adattare, non tradurre

Il testo che convince un cliente italiano spesso non convince un cliente tedesco o inglese, anche tradotto bene. Cambiano tre cose:

  • le parole che si cercano: lo stesso servizio si cerca con termini diversi in ogni lingua, e le pagine vanno scritte su quei termini;
  • i riferimenti: orari, fusi, valute, modi di pagare, come si prenota, che cosa dà fiducia;
  • il tono: alcune formule italiane, tradotte alla lettera, suonano strane o troppo formali.

La traduzione automatica, anche con l’AI, è un buon punto di partenza per una prima stesura: Google non la considera spam in sé, guarda la qualità. Considera spam invece le pagine prodotte in serie, tradotte o no, che non danno niente a chi le legge. Le pagine che devono vendere vanno rilette da chi conosce la lingua e il mercato.

Che cosa chiede Google

Google spiega come trattare i siti in più lingue in una sua guida dedicata. I punti che contano:

  1. Un indirizzo per ogni lingua. Ogni versione ha le sue pagine, per esempio sotto /en/ per l’inglese. Google sconsiglia di cambiare la lingua della stessa pagina con i cookie o con il browser.
  2. Le versioni collegate fra loro. Con le indicazioni hreflang si dice a Google che quella pagina inglese è la stessa di quella italiana, così mostra a ciascuno la versione giusta. Ogni versione indica sé stessa e tutte le altre: se due pagine non si indicano a vicenda, l’indicazione viene ignorata. La lingua, Google la riconosce dal testo che si legge, non dall’indirizzo.
  3. Niente spostamenti automatici. Google sconsiglia di mandare le persone su una lingua in base a dove si trovano: meglio proporre la lingua e lasciare scegliere, con un selettore ben in vista.
  4. Una lingua per pagina. Testo principale e menu nella stessa lingua: le pagine mezze tradotte confondono le persone e i motori di ricerca.

Quante lingue, e da dove partire

Ogni lingua è un sito da aggiornare: quando cambia un orario, un servizio, una data, va cambiato in tutte. Per questo conviene partire dal mercato che conta di più e aggiungere solo quando la prima lingua porta richieste.

C’è anche una via intermedia: una sola pagina ben fatta nella lingua dei clienti esteri, che dica chi siete, che cosa offrite e come contattarvi. È un modo economico per capire se l’interesse c’è, prima di tradurre tutto.

Chi aggiorna l’altra lingua

È la domanda che quasi nessuno fa all’inizio. Se il sito ha un pannello per cambiare testi e date, deve averlo anche per l’altra lingua, e deve dirvi quali pagine sono rimaste indietro rispetto all’italiano. Altrimenti, dopo pochi mesi, la versione inglese racconta un’attività che non esiste più.

Domande

Meglio /en/ o un sottodominio come en.sito.it? Funzionano entrambi; Google li descrive tutti e due, con pro e contro. Le sottocartelle come /en/ sono le più semplici da gestire per un sito piccolo, perché restano un sito solo. Da evitare la lingua indicata solo con un parametro nell’indirizzo, tipo ?lang=en.

Se ho due lingue servono le indicazioni hreflang? Sono consigliate anche con due lingue, ed è il caso più semplice da impostare. Google può trovare le versioni anche senza, ma con le indicazioni sa con certezza quale mostrare a chi. Pagine tradotte per intero non sono considerate copie l’una dell’altra.

Posso usare la traduzione automatica del browser invece di un sito in inglese? Per chi legge può bastare a capire, ma quelle pagine tradotte al volo non hanno un indirizzo proprio per ogni lingua: chi cerca in inglese non le trova.

Fonti

Come costruiamo i siti: Siti web.

Banco del pesce in un mercato con polpi e ostriche sul ghiaccio, cartellini con prezzi e scritte in più lingue
Foto: Otto Freijser su Unsplash

Matteo Salvatori

Fondatore di SolutioLab. Marketing e AI per le aziende, da remoto in tutta Italia.

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